Sono nata a Milano agli inizi egli anni 50.
I miei genitori entrambi lombardi si sono sposati in età “ matura” perché separati, per lunghi anni dalla guerra.
Papà è stato prigioniero prima in Libia e poi in Scozia e così nel 1946 hanno deciso di coronare il loro Amore sposandosi per procura.
Una volta terminata la guerra papà è rientrato in Italia e si sono sposati anche in Chiesa per completare il loro matrimonio.
Dopo 9 mesi esatti, dalla data del matrimonio, è nato mio fratello poi , dopo 6 anni, sono arrivata io.
Quando sono nata i miei genitori avevano entrambi superato i 40 anni di età, e, mentre al giorno d’oggi è “ normale” avere un figlio a quell’ età, allora era considerato un fatto strano. E così sono cresciuta tra due genitori che mi adoravano, ma che nello stesso tempo vivevano dei conflitti generazionali perché “ troppo grandi” per avere una bimba in tenera età.
Nei miei ricordi non riesco a vedere il loro volto se non con i capelli con i fili bianchi.
La mia difficoltà consisteva nel fatto che dalle mie amichette e compagne di scuola venivano scambiati per i miei nonni e ne soffrivo tantissimo.
Al momento della mia nascita mamma è stata colpita da una grave forma reumatica ed è stata costretta a letto per 6 mesi.
In suo aiuto è venuta sua sorella, la zia Rita. Il suo nome era Margherita, ma tutti la chiamavamo affettuosamente con quel diminutivo.
La zia non aveva figli e all’epoca era ancora “ signorina” per cui poteva sostituirsi alla mamma nella conduzione della famiglia e farne le veci anche con me. All’epoca viveva con il fratello, lo zio Eliseo, tranviere di professione, nei pressi dello stadio di San Siro, in un monolocale, così si sostenevano a vicenda e dividevano le spese.
Superato il periodo di malattia della mamma, però, la zia ha sempre avuto comunque un ruolo primario nella mia vita; era la mia seconda mamma a tutti gli effetti, anzi in alcune situazioni mi è stata più mamma lei che la mia mamma…
Gli anni passavano, io crescevo e spesso, trascorrevo lunghi periodi di vacanza dalla nonna in campagna.
Eh si la mia cara nonna Angela…piccola ed esile, aveva i capelli raccolti a chinon, ma tutta d’un pezzo.
Attorno a lei che era il fulcro della famiglia ruotava tutto. Ha lasciato un segno indelebile nella mia educazione.
La sua fragilità era solo apparente…
Dormivamo insieme nel lettone e, nelle sere più fredde, metteva sotto le coperte “ il prete” per scaldarci, ma a me non serviva perché il mio cuore era già caldo dalla gioia di dormire accanto a lei…
Di quel periodo ho dei bellissimi ricordi legati a lei, alla campagna, alla natura, all’aia…
Mi piaceva tantissimo stare lì però sentivo la mancanza del mio papà…
In merito a questa mancanza ricordo quando la nonna mi diceva che sarebbe venuto papà a trovarmi: scortata dal Boby, il cagnolino della nonna, andavo sulla Romea, dove c’era la fermata del pulmann, mi sedevo sul paracarro e stavo lì ad aspettare di vedere arrivare la corriera. Quando arrivava ed apriva le porte, il batticuore era fortissimo e lo era prima per l’ansia di non vederlo arrivare e poi per la gioia che esplodeva appena si affacciava alla porta…
Con la nonna vivevano le zio Giovanni e la zia Pina: lo zio Giovanni era allegro scherzava sempre, la zia Pina, invece era sempre cupa e di poche parole. Facevano i contadini, avevano la vigna e lavoravano tutto il giorno nei campi. La vigna era il fulcro della loro vita. Una sera d’estate ricordo che durante un violento temporale ho visto e sentito la disperazione degli zii: la grandine aveva distrutto tutto. La vendemmia non ci sarebbe stata: era tutto perduto e i due poveretti caddero in disgrazia.
Di li a breve lo zio mentre era in sella al suo motorino sulla “ Romea”, ebbe un incidente così grave che gli dovettero amputare una gamba. La loro vita, e in parte anche la mia, cambiarono…
Cambiarono casa, andarono a vivere in paese, in un piccolo condominio, ed il comune gli affidò la conduzione dei “ bagni pubblici” .
In quella piccola casa non c’era più posto per la nonna e così iniziò così il suo peregrinare tra le case degli altri figli.
Si, c’erano altri figli perché la nonna ne aveva avuti 9 , ma chi la ospitò, a turno, però furono la zia Rita che nel frattempo si era sposata con lo zio Amos, lo zio Eliseo con sua moglie Rina ed i miei genitori.
La casa della zia Rita e dello zio Amos, era la mia seconda casa.
All’epoca, con il matrimonio aveva “ ereditato” la portineria della sorella del marito che era deceduta da poco e li in quella portineria ho passato giorni indimenticabili. Non avevano figli ed io ero la loro bambina viziata e coccolata.
I condomini poi mi avevano preso a cuore e mi riempivano di biscotti, caramelle e bambole. Il mio divertimento era andare a consegnare la posta e… la mia vita si divideva tra le mie due case.
Papà pendeva letteralmente dalle mie labbra, io lo adoravo… lo zio pure…
Lo zio Amos, quando ho iniziato la prima elementare mi ha regalato una meravigliosa cartella da mettere sulle spalle rossa, con la parte della chiusura di cavallino nero. Era la più bella di tutta la scuola e io ne ero orgogliosa…
Ce l’ho ancora quella cartella: la custodisco gelosamente tra i miei ricordi più cari…
Mio fratello che era più grande di me mi snobbava un po’: non avevamo interessi o amici in comune, era come se non ci fosse!
All’epoca della prima elementare, quando ormai non andavo più per lunghi periodi in campagna dalla nonna, e visto che c’erano le colonie estive passavo, appunto, le mie vacanze in colonia.
Trascorrevo prima un mese con le colonie del comune al mare a Gatteo Mare in una colonia chiamata “ Il sorriso dei bimbi” ( il nome appropriato secondo me doveva essere “ Il pianto dei bimbi” ) poi un altro mese in montagna.
In montagna per qualche anno è venuto anche mio fratello; eravamo in due “squadre” diverse e ci vedavamo poco, ma affrontare quel mese che mi pesava come un macigno, sapendo che c’era anche lui mi rincuorava. Odiavo profondamente le colonie perché mi portavano via da mamma, papà e dagli zii. Al mare mamma e papà potevano venirmi a trovare una sola volta, in montagna venivano tutte le domeniche. Le mie giornate trascorrevano aspettando questo momento…
Gli zii, invece, non si facevano mai vedere, quindi non vedevo l’ora che finisse l’estate per stare anche con loro…
Ed è proprio in una delle sere, tornata dalla colonia, che ero a casa loro e dormivamo tutti e tre nel lettone, che ho sentito un grande trambusto ed una grande agitazione, ho sentito la zia che telefonava al dottore e al mio papà dicendogli di venire subito a prendermi…
Non capivo bene cosa stesse succedendo, ma capivo che era qualcosa di sconvolgente: mio papà mi ha preso in braccio, avvolta in una coperta e mi ha portato a casa. La nostra casa distava a circa 20 minuti di distanza da quella degli zii, entrambe in Porta Romana: ricordo che camminando, papà non diceva una parola, e alle mie domande su cosa fosse successo non rispondeva.
Solo la mattina dopo ho saputo che lo zio non c’era più…aveva avuto una emoreggia interna ed era morto.
E così il corso della vita prese un’altra strada…
La nonna finì il suo peregrinare nelle case dei figli ed andò a vivere a casa della zia per non lasciarla sola ed esserle di aiuto. Anche lo zio Eliseo, con la moglie , cambiarono casa, ed acquistarono un appartamento proprio nel condominio dove la zia faceva la custode per starle vicino ed esserle d’aiuto.
La scelta dello zio fu forse la peggiore che potesse fare, perché nella sorella scattò la molla dell’invidia e della gelosia che generarono grossi conflitti con sua moglie e lui poveretto si trovava di mezzo…
Noi, invece, lasciammo Porta Romana e ci trasferimmo in periferia: fu un trasloco forzato perché la casa dove abitavamo, che poi era quella dei miei nonni paterni, doveva essere demolita. Con gli anni, invece fu dichiarata “ monumento nazionale” e a tutt’oggi è lì…
Dalla periferia tutte le mattine andavo a scuola in centro.
Fu proprio in uno dei pomeriggi nel marzo del 1967 che mentre tornavo a casa che, a 14 anni, nell’attraversare la strada fra due pensiline del tram, sono stata travolta da un’auto che arrivava a forte velocità. L’incidente stato terribile, le conseguenze furono molto pesanti ed ho fatto una degenza in ospedale di undici mesi nei quali ne ho passate di tutti i colori e tutt’ora il mio fisico porta i segni di quei giorni. Durante questo periodo di sofferenza si è aggiunto il grande dolore per la perdita della mia nonna e l’indifferenza di mia mamma nei miei confronti.
L’ospedale , si sa, è una realtà pesante da sopportare e chi è li ricoverato non aspetta altro che l’orario delle visite per vedere i suoi cari.
Io vedevo sempre mio papà che veniva a trovarmi anche più volte al giorno, e la zia che mi portava sempre qualche goloseria per tenermi su di morale, ma la visita che più attendevo, quella di mia mamma era molto rara: veniva a trovarmi non più di due – tre volte al mese.
Quando le chiedevo spiegazione di questo abbandono mi diceva che era molto presa tra casa, lavoro e famiglia e che data la distanza se veniva da me in ospedale perdeva troppo tempo. Il mio cuore sanguinava dolorosamente, ma lottavo tenacemente e dovevo cavarmela e venire fuori da quella situazione.
Quando sono stata dimessa i medici mi hanno detto che loro avevano fatto il possibile per recuperare la mia gamba e che se volevo tornare a camminare dipendeva dalla mia forza di volontà! Ce l’ho messa tutta e ce l’ho fatta: ho recuperato quasi completamente l’uso dell’arto che è limitato solo in alcuni movimenti che sono molto abile a mascherare…
Una volta a casa molto lentamente, ma caparbiamente sono tornata alla normalità.
Ho frequentato le scuole superiori, ho preso il diploma di scuola magistrale e a 18 anni ho iniziato la mia carriera di maestra d’asilo.
E’ un lavoro che ho fatto per venti anni, con passione e gioia e che mi dato soddisfazioni molto grandi . Negli ultimi anni ho fatto un corso di specializzazione e mi sono occupata dei bambini handicappati. L’occuparmi di loro ha cambiato in parte il mio modo di vivere e di affrontare la realtà e le soddisfazioni più grandi le ho avuto proprio da loro.
Un’estate dei primi anni d’insegnamento, durante il periodo di chiusura delle scuole, ero in vacanza con i miei genitori in Liguria e lì ho incontrato un ragazzo che poi sarebbe diventato mio marito.
All’epoca frequentavo un uomo, si dico uomo e non ragazzo perché io avevo 21 anni e lui 36: fin qui niente male, la cosa particolare era che lui era un artista, un pittore ed i miei genitori, ma soprattutto mia madre non avrebbero mai accettato questa situazione.
Lui faceva sentire una regina, mi adorava,mi coccolava e mi viziava…
Io già insegnavo ma appena potevo trascorrevo il tempo con lui. Stare con lui per me era come vivere una favola.
Sono stata l’ispiratrice di alcuni dei suoi quadri alcuni dei quali mi sono stati regalati, ma mio marito per gelosia li ha buttati via…
Quell’estate, era il 1974, mentre ero in vacanza ho conosciuto Paolo. torinese di adozione, ma di origine meridionale, studente di ingegneria aveva 22 anni. Con il suo viso pulito e solare e sicuramente sarebbe piaciuto molto ai miei genitori, ma soprattutto a mia madre e così ho iniziato la mia avventura con lui…
All’inizio c’è stato un tentennamento perché il mio pittore un giorno è comparso sulla spiaggia ed io sono corsa da lui. Abbiamo trascorso insieme parecchie ore, ha conosciuto Paolo, poi la sera ha deciso di partire. L’ho accompagnato al pullman per Savona ( era l’ultimo della sera ), ci siamo salutati, ma… lui non è salito.
Il mio stupore è stato grande, ma è stato ancora più grande quando per spiegarmi questo suo comportamento mi ha detto: “ Cosa pretendi che ti dica che ti amo?”.
Io che non ho MAI capito niente nella vita gli ho risposto “ per l’amor di Dio, noooooooooooooooooo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!”
Sono ancora qua a darmi della deficiente
Era l’estate del 1974 e così è iniziato il mio cammino con Paolo.
Lui era studente universitario a Torino io già lavoravo come Educatrice di scuola materna a Milano.
Il nostro era un amore “pendolare” perché ci si vedeva solo nei fine settimana. Se andavo io a Torino ci vedavamo solo la domenica pomeriggio, se veniva lui a Milano era nostro ospite per tutto il week end; questo perchè mentre lui era bene accetto dai miei genitori i suoi non erano ben disposti nei miei confronti.
La sua famiglia era di origini lucane e benché vivessero a Torino da parecchi anni erano molto legati al loro ambiente e alla loro mentalità. Paolo, no era molto aperto e bene integrato al ” nord” e con me stava bene anche se i suoi hanno fatto di tutto nei 4 anni del “nostro fidanzamento” per convincerlo che ero troppo diversa culturalmente da loro e che quindi non sarei mai stata per lui una buona moglie…
Erano trascorsi meno di due anni e si avvicinava la laurea e con essa i nostri sogni prendevano consistenza ma iniziavano anche, nel contempo, le nostre difficoltà.
Circa un anno prima della laurea Paolo è stato male ed è stato operato d’urgenza di una peritonite; durante l’intervento i medici hanno notato che c’era del liquido nell’intestino, ma non sapendo a cosa attribuirlo gli hanno detto di stare tranquillo…
Anche se sempre debole e in pò malaticcio Paolo ha conseguito la laurea ed è partito per il servizio militare. Durante il Car la sua situazione fisica è peggiorata ed ha subito un intervento perché dei punti di sutura della precedente operazione erano ” andati a male” ed avevano formato un ascesso. Passano i mesi, Paolo è a Padova, sempre ricoverato in ospedale, lontano da tutti. Io tre volte la settimana, a volte anche quattro, prendo il treno da Milano e vado da lui all’ospedale a portargli ciò che gli è necessario e un pò di conforto: siamo entrambi disperati perché non vediamo una soluzione: ormai sulla ferita si è formata una fistola che non si chiude più.
Passano così circa tre mesi quando i medici dicono a Paolo che la sua fistola nasce dal colon ascendente e che quindi deve subire un nuovo intervento. Grazie all’interessamento di un amico e i permessi dei suoi superiori viene trasferito all’ospedale di Torino ed operato dal Prof. Guglielmini il quale subito dopo l’intervento gli diagnostica ”il morbo di Chron” che allora era una malattia molto rara di cui non si sapeva praticamente nulla.
A Paolo vengono asportati l’ileo e il coln ascendente, ma veniamo rassicurati sul fatto che superato quel brutto momento sarebbe andato tutto a posto e così abbiamo deciso di sposarci. Provvisoriamente abbiamo preso in affitto un monolocale arredato a Milano perchè Paolo lavorava a Torino, io a Milano: avremmo vissuto così un anno poi avremmo deciso chi dei due si sarebbe trasferito.
Le ire dei suoi genitori, a questo punto si sono scatenate e per impedire che il matrimonio avvenisse, una sera all’insaputa del figlio mi hanno telefonato dicendomene di tutti i colori. Quella sera è stata la prima e unica volta che ho visto mio padre piangere. Per me e la mia famiglia quella telefonata è stata un dolore tremendo, io volevo rompere ogni rapporto con Paolo e la sua famiglia, invece lui ha fatto di tutto per impedirmi ciò. Ormai comunque tra di noi si era rotto un qualcosa e qui ho fatto il secondo grande errore della mia vita perché non ho seguito quello che mi sentivo di fare, ma mi sono lasciata convincere da Paolo.
Nel frattempo, poi, dodici giorni prima del matrimonio è morto in modo improvviso e tragico mio padre. Forse anche questo era un segno del destino che mi diceva di lasciar perdere quel matrimonio, invece, con la morte nel cuore il matrimonio è stato celebrato ugualmente e c’era presente anche tutta la famiglia di Paolo al gran completo.
Il giorno che è morto mio padre Paolo è stato assunto da una azienda a Milano e così si è trasferito nella mia città.
Il nostro matrimonio non è partito bene perché è stato celebrato in mezzo a due morti: quella di mio padre e la settimana dopo quella del nonno di Paolo a cui lui era molto legato. Di certo tutto questo non è stato di buon auspicio!!!
Esattamente un anno dopo l’anniversario del nostro matrimonio in famiglia eravamo in quattro perchè sono nati i nostri due gemelli gioielli
E’ stata dura crescere due gemelli, ma per noi sono stati una immensa soddisfazione!!!
Un anno dopo la nascita dei bambini Paolo ha avuto di nuovo dei problemi di salute e dopo un lungo peregrinare da medici che non sapevano cosa dirci siamo arrivati da un ” Primario” che ci ha detto che si era ripresentato di nuovo il ” morbo di Chron” e che proprio in quanto morbo era una malattia cronica di cui non si muore, ma che ci si porta nella tomba.
La disperzione era nostra padrona… non sapevamo bene cosa ci aspettava, ma sapevamo che avevamo due figli. Paolo sembrava disposto a tutto pur di farsi curare; siamo anche andati in Inghilterra per tentare un intervento impossibile, ma dopo due settimane è stato dimesso e siamo tornati in Italia perché le sue condizioni fisiche non permettevano di affrontarlo.
Di quel viaggio di disperazione e coraggio mi è rimasta l’amicizia di Buna, una signora che lavorava al consolato italiano, che vista la situazione in cui ero mi ha ospitata a casa sua e mi ha sostenuta moralmente e psicologicamente e per la quale ho tutt’ora una profonda gratitudine e affetto.
Forse a causa della profonda delusione subita per il mancato intervento Paolo a cominciato a ” scappare” dalle cure e dall’ospedale e a buttarsi a capofitto nel lavoro e nella sua brillante carriera: non faceva più gli esami, le visite di controllo e le cure prescritte, ma prendeva blister interi di Bactrim ” auto curandosi”. Rifiutava di essere aiutato dai medici, ma anche da me.
Non ha mai fatto un’assenza sul lavoro, ma quand’era a casa passava il suo tempo a letto o sdraiato sul divano. Urlava sempre ed era manesco con i ragazzi ed alcune volte anche con me.
I ragazzi a volte mi accusavano di non fare niente per curare papà; mi era tanto difficile fare capire loro che essendo lui nelle sue piene facoltà mentali nulla potevo per un ricovero o per delle terapie forzate.
La sua carriera diventa sempre più brillante: viaggia spesso in Italia e in America ed ha ottimi risultati, ma quando è a casa sfoga sempre più il suo dolore e la sua rabbia su di noi, ma su di me in particolare. La sua gelosia è ossessionante al punto tale di auto convincersi che ho una amante e allora di notte fruga nella mia borsa alla ricerca di chissà quale indizio, conta quante mie mutande ci sono nel cesto della biancheria da lavare e quante nel cassetto così fa il conto di quante paia ne ho cambiate durante la giornata; mi obbliga a tenere un quaderno su cui registro tutte le spese che effettuo ecc…
La mattina quando accompagna a scuola i ragazzi fa loro un interrogatorio di terzo grado a cui erano obbligati a rispondere per sapere a che ora il giorno prima sono tornata dal lavoro, come ero vestita, a chi ho telefonato…
Altra assurdità era che sia io che i ragazzi dovevamo mangiare, dalla colazione alla cena, quello che decideva lui, a vestirci con ciò che lui ci comperava e che sceglieva secondo il suo gusto…
Guardando le foto dell’epoca devo dire con una sorta di ironia che sembravamo la ” famiglia Botero” …
Nella primavera del 1994 Paolo sta molto male, finalmente si decide a fare degli accertamenti, ma purtroppo ormai il suo destino è segnato: gli viene diagnosticato un tumore, un melanoma, il più terribile dei melanomi, quello che colpisce le mucose. A lui si è formato sul fondo dell’occhio destro e quando è stato ricoverato in ospedale ormai le metastasi erano diffuse ad entrambi i polmoni, le ossa ed il fegato.
Viene ricoverato in ospedale l’11 di febbraio: la sera prima è in casa con noi cerca la lite e la rissa: io ben consapevole della situazione e impietosita dal suo stato non voglio infierire e allora esco di casa e vado da mia mamma a cercare un pò di conforto…
Il suo calvario è durato 44 giorni.
Non l’ho lasciato solo un attimo in quei giorni di angoscia, terrore e disperazione profonda. Tutti si preoccupano di mio marito; si mette in moto la solidarietà di amici e conoscenti: sono tutti, giustamente, attenti a lui, nessuno si preoccupa di me… solo Renzo, un caro amico di famiglia che è stato il ” prof” dei miei figli alle scuole medie capisce che anch’io ho bisogno di sostegno e mi dà una mano in questo momento terribile e ancora adesso è il caro amico su cui so di poter contare sempre.
Sono tutt’ora molto arrabbiata con il Padreterno perché è disumano che una persona debba morire in mezzo a sofferenze così atroci!!!
A distanza di 17 anni la notte mi sveglio ancora con le urla dei malati terminali, nelle orecchie… e perché non è possibile che questo male terribile ti devasta ovunque, ma ti lasci la mente lucida… Paolo è spirato mettendosi le mani nei pochi capelli rimasti e facendo ” no” con la testa. E’ morto dicendo ” non voglio morire”…
E io impotente davanti a lui…
E così sono rimasta sola con i miei ragazzi e la mia vita ha auto un’altra svolta…
A Paolo ho promesso di far studiare i ragazzi e di portarli entrambi alla laurea. E così ho fatto…
Nei loro confronti mi sono sentita e mi sento tutt’ora terribilemnte in colpa, per la sofferenza che hanno vissuto, al punto di pensare che, se non li avessi messi al mondo non avrebbero avuto una sofferenza così grande!
Sono inoltre convinta che se il Padreterno avesse portato via me, invece che il padre, il loro dolore non sarebbe stato così immenso!
Ho detto loro che per dieci anni avrebbero solo dovuto pensare solo allo studio per raggiungere il traguardo prefissato e così è stato. Ho affrontato grossi sacrifici, ero proiettata sempre a pensare a loro e mai a me.
Per cinque anni, dalla morte di mio marito, l’unico punto di riferimento che mi era rimasto era mia mamma che anche se molto anziana era sempre molto combattiva e presente.
La zia, invece, aveva iniziato il percorso tragico fatto di enormi sofferenze dovuto al morbo di Alzheimer.
Con la mamma ci sostentavamo a vicenda anche se il nostro rapporto era molto conflittuale.
In una grigia e fredda mattina del febbraio 1999 in una telefonata, fatta come sempre alle 8 di mattina, la mamma mi ha risposto, ma la sua voce era impastata: ho cercato di tranquillizzarla, ma mi sono subito resa conto che stava accadendo qualcosa di molto grave così, a razzo, nel giro di pochi minuti sono arrivata a casa sua… l’ho trovata rantolante nel letto…
Non capivo più niente: urlavo, piangevo, mi disperavo, cercavo di farla riprendere, ma non reagiva…
Ero di nuovo impotente davanti allo spettro della morte!!!
Arrivate in ospedale, dopo 4, ore si è svegliata dal coma, ma era completamente paralizzata nella parte sinistra del corpo.
I suoi occhi non si sono più riaperti, erano sempre socchiusi, ma, nonostante questo, vedeva tutto ciò che accadeva attorno a se.
In quei giorni al suo capezzale sono arrivati tutte le persone a lei care per l’ultimo saluto e questo sembrava le desse sollievo.
La sera del secondo giorno dal risveglio del coma mi sono la situazione è nettamente peggiorata e lei stava spegnendo come una candelina…
Con mio fratello abbiamo deciso di chiamare un sacerdote per darle l’Estrema Unzione.
Io non avevo la forza di pregare, ero annientata dal dolore, ma lei, seppur strascicando le labbra e con uno sforzo immane ha recitato tutte le orazioni in latino…
Quando siamo rimaste sole ho preso il coraggio a due mani e in un orecchio le ho sussurrato: ” Mamma ti voglio bene, tu me ne vuoi?” … c’è stato un lungo silenzio, poi lei tirando fuori la poca voce che le era rimasta mi ha sussurrato “tanto, tanto”…
Sono ormai passati più di 12 anni da quella sera ma, quando nelle orecchie risento le sue dolci parole la lacrime mi rigano il volto…
Mi chiedo perché mai abbiamo aspettato 46 anni e due sere prima della sua morte per dirci quello che provavamo l’una per l’altra…
L’ educazione ricevuta ci imponeva di non esternare mai i nostri sentimenti, sicuramente per una sorta di stupido pudore…
L’anno successivo, dopo sofferenze terribili sue e mie, che l’ho seguita passo passo per sei anni , se ne è andata anche la cara zia Margherita.
L’Alzheimer, malattia da cui era stata colpita è una di quelle malattie devastanti che riduce le persone in uno stato così disumano da renderle irriconoscibili.
Per un po ho seguito la zia da sola da casa, ma quando la situazione è diventata insostenibile, sono stata costretta a chiederne il ricovero in una casa di riposo.
Alla sua sofferenza legata alla malattia si è aggiunto quella di essere in casa di riposo che ho vissuto come l’anticamera della sua morte.
Nulla da eccepire sulla conduzione molto familiare della struttura e dell’assistenza amorosa che le hanno dato, ad averne di persone così! ma ero io che stavo male perchè avrei voluto fare chissà che, ma mi sono dovuta arrendere davanti all’avanzare della sua malattia
E ancora una volta, in quei due anni, ( 1999 e 2000 ) la mia vita è cambiata…
Se ne erano andate le “mie radici” ed i miei ragazzi crescevano, presi dal loro mondo…
A questo punto non mi rimaneva che affrontare tutto da sola, contando solo su me stessa…
Da anni sapevo di avere dei problemi ad un rene, ma, li ho sempre lasciati in secondi piani perché c’erano le priorità che mi ero fissata ( fare laureare i miei figli )e non potevo permettermi il lusso di fermarmi per curarmi; così nel 2004 il mio rene mi ha abbandonato definitivamente ed ho dovuto subirne l’ asportazione.
Sempre in quei giorni mi è stato diagnosticato il diabete che ormai è il mio inseparabile compagno di viaggio e c’è una sfida aperta tra di noi su chi la vince
Mi sono ritrovata a superare questo momento sola, solo Renzo ha fatto il possibile per starmi vicino, perchè i miei figli sono ” scappati”: difronte alla sofferenza e al dolore sono stati latitanti.
Non sono stati in grado di affrontare questa esperienza e piuttosto che soffrire mi hanno lasciata sola.
Sola anche la notte in cui, due giorni dopo l’intervento, ho avuto un crollo chimico-fisico, inspiegabile per i medici, che mi stava portando alla morte e al mio fianco, quando ho dovuto fare ben due trasfusioni di sangue, c’era Renzo che mi teneva per mano e mi incitava a non mollare perché sembrava che non avessi più la forza di volontà di reagire e mi abbandonavo .
Superato il momento ho chiesto, ai miei figli, il perchè di questo menefreghismo nei miei confronti.
Lì è saltato fuori che la sera prima del ricovero , dopo che sono uscita di casa per andare da mia madre a cercare un po di conforto, in quanto a seguito di una violenta litigata con mio marito non sopportavo più la situazione, le sue ingiurie e provavo pietà nei suoi confronti, perché sapevo la sua diagnosi, e avevo un profondo dolore , il padre ha avuto il coraggio di dire loro che ero uscita per andare dal mio amante e che l’amante era Renzo…
Questo è il motivo per cui loro covavano e covano tutt’ora, nei miei e nei suoi confronti, un profondo rancore…
Provo una immensa pena nei confronti di mio marito per le sofferenze che ha patito, ma non trovo una spiegazione al fatto che lui nel pieno dalla sua disperazione abbia potuto fare ciò mettendo in atto una sorta di vendetta contro di me rovinando per sempre il rapporto con i miei figli!!!
I ragazzi, ormai sono diventati uomini, hanno preso ognuno la propria strada.
Laureati entrambi hanno un buon lavoro: uno si è sposato, ma dopo 15 mesi di vita coniugale si è separato, e per sola convenienza economica, è tornato a casa visto che nonostante tutto si fa mantenere da me e non contribuisce alle spese di casa.
L’altro ha fatto una scelta di vita e dopo 7 anni di studio e lavoro brillante all’etero si è preso un anno sabbatico ed ha rinunciato ad un prestigioso posto di lavoro in F1, per andare a lavorare in una cittadina di mare e stare vicino alla sua compagna di sempre e godersi i piccoli piaceri e le piccole soddisfazioni della vita. Adesso, però visto che la situazione lavorativa è molto critica è tornato a lavorare all’estero.
La scorsa estate, però ha avuto un terribile incidente stradale. In bicicletta travolta da un altra bicicletta è stato in rianimazione per 5 giorni poi ha dovuto subire parecchi interventi chirurgici. E’ un percorso molto lungo e doloroso, aggravato dal fatto che ” la sua compagna di sempre” non ce l’ha fatta a sopportare tanto dolore e dopo 13 anni a Natale se ne è andata…
E io? Io sono qua con Tobia, il mio adorato cagnone ( guai se non ci fosse… ormai mi è rimasto solo lui!!! ) che condivido con Renzo.
La mia salute è un pò precaria… è giunta l’ora che la smetta di pensare agli altri e che inizi a pensare, anche un pò egoisticamente, di più a me stessa ed alla mia vecchiaia…
E ad oggi la mia vita sta avendo un’altra svolta…
Renzo è andato in pensione e vuole tornare a vivere nel paese dove è nato. Vorrebbe trascorre i prossimi anni nella sua casetta in campagna con me e con Tobia: ormai è più il tempo che trascorriamo la che quello che quello che trascorriamo a Milano.
In campagna mi trovo molto bene, la vita a contatto con la natura mi piace: mi piacciono i suoi tempi, i sui ritmi, i suoi profumi, i suoi colori.
Insomma è tutto molto diverso dalla vita vissuta fino ad ora, ed ora che ho intrapreso questa nuova avventura vado avanti per la mia strada…














Ho iniziato la lettura, e tornerò quanto prima per finire tutto: che cosa strana la vita, e quante cose ci insegna conoscere la vita di un altro!
E’ vero ognuno di noi è un’universo sconosciuto!
Ho letto tutto d’un fiato e mi sono ritrovata con gli occhi pieni di lacrime per qnt dignità e amore ci sono nelle tue parole , nn ti conosco ma permettimi di lasciarti un semplice sorriso ^_^ , collega … mi raccomando curati
Tonina
Grazie per il tuo sorriso, collega…in questo momento travagliato ne ho veramente bisogno:-)
Sono capitata da te per puro caso … Leggendo la tua storia tante cose mi hanno colpita: un nome a me caro, il tuo mestiere di maestra d’asilo (una missione non un semplice lavoro!) e la solitudine di una donna che nonostante tutto ha retto e continua a reggere contro tante cose “inspiegabili”! Insomma ho solo 35 anni e poche cose in comune con te … ma vorrò continuare a leggerti con la convinzione che sarai un’ottima fonte di coraggio e di esperienza per me! Grazie per aver scritto questa tua storia!
Infine ti lascio un pò di baci
Mi sono commossa nel leggere il tuo post…
Grazie, sei per me sei uno stimolo ad andare avanti a scrivere le mie esperienze sapendo che chi le legge ne può trarre qualcosa di positivo…
Il mio “testardamente” è il mio modo di essere… testarda perché… nonostante tutto e tutti sempre avanti!!!!
Un bacio anche a te
Commovente, toccante, dolorosa la tua storia.
Vorrei dirti tante parole per consolarti ma una sopra
a tutte: Eroica.
Un abbraccio
Ciao, ero certa che il tuo animo fosse molto profondo e che non se ne scorgesse solo che la superficie, e che avessi molto sofferto nel corso della tua vita, come intuivo che ci fosse del rammarico per qualcosa di non vissuto. Ora comprendo.
Non lo so perché la vita riservi ad alcuni sofferenze e prove, e scogli da superare, ma ciò che posso dirti e che ti ammiro, ammiro la tua forza, il tuo coraggio, la tua determinazione, i tuo valore di donna onesta e vorrei pregarti adesso di curarti e di pensare un po’ a te stessa. Basta, non porre più i figli al primo posto, ora al primo posto ci sei tu e ti esorto a seguire Renzo e a fare solo ciò che sai possa darti appagamento e felcità. E’ un tuo diritto e ti sei meritata tutto! Cerca di godere di tutto ciò che di bello la vita può ancora riservarti e difendilo. Non perdere la tua forza e la tua persevaranza e ricordati che sei una donna che vale! Con affetto, Carla
Lo farò sicuramente
Un abbraccio
Hai messo anche le foto … belle!
Altro che TestardaMente! Tu sei un vero guerriero, come spesso sono le donne, che lottano, soffrono ma vanno avanti con coraggio. Ti ammiro moltissimo, un bacio a te e anche al tuo cagnone! …tralascio intenzionalmente gli “ometti” con i quali purtroppo hai avuto a che fare. Spero di leggerti ancora, un abbracico,
Bruna
Grazie del commento
Concordo sugli “ometti”: meglio stendere un velo pietoso!!!
Laura
Cara Laura, non mi ero mai soffermata a leggere questa pagina del tuo blog. sono rimasta molto colpita dalla tua storia e ora mi spiego l’affetto che ti lega a Manuela…
Anche il mio papà era malato di morbo di Chron e, su quel morbo, è insorto un tumore del tenue che se l’è portato via.
Ti mando un forte e amichevole abbraccio
Un forte abbraccio a te
Wow … Mi hai lasciata senza fiato … È stato emozionante leggere la tua Vita …
Ti auguro tutto il bene che ti meriti!!!
Un bacione e un abbraccio!
Grazie Lilla